Comune di Castrignano de' Greci

Storia del comune

LO STEMMA DEL COMUNE

Lo stemma del Comune di Castrignano dei Greci rappresenta un “castello 
triturrito, conforme al sigillo di detto comune esistente nei Catasti 
Onciari, volume 7803, anno 1746 Provincia di Terra d’Otranto” e corrisponde al timbro 
secco impresso nelle pagine del Catasto Onciario, volume B29, anno 1741 dell’
archivio di Stato di Lecce.  
Il Gonfalone è un “drappo partito di giallo e di rosso caricato dell’arma 
sopra descritta e ornato di ricchi fregi d’argento”.
La Blasonatura “d’oro, al castello triturrito di rosso, chiuso e murato di 
nero, le torri merlate ciascuna di tre alla ghibellina, quella centrale più 
elevata”.

(dal libro “Castrignano dei Greci” di Angiolino Cotardo )

STORIA DEL COMUNE



CASTRIGNANO DEI GRECI (4.045 abitanti) è un pittoresco comune della provincia di Lecce e fa parte dell’”isola”
ellenofona della Grecia Salentina, ove ancora si parla il “Griko”.
Ha un altitudine sul livello del mare (m s.l.m.) variante tra una minima di 75 metri ad una massima di 90 metri, 
dista 27 km da Lecce, confina con: Martano, Carpignano Salentino, Cannole, Bagnolo del Salento, Cursi,
Melpignano e Corigliano d’Otranto.
Le origini di Castrignano si perdono nella leggenda, c’è chi lo vorrebbe fondato dai Candioti di Minoe
(Minosse), o dagli ateniesi, cretesi seguaci di Iapige, altri ancora sostengono che la sua etimologia possa
derivare da “Castrinus” (nome di un probabilecenturione romano) o dal termine latino  “Castrum” 
(accampamento), ed infine vi è chi lo collegherebbe al “Kastron” bizantino,ad ulteriore conferma del suo
strettissimo legame con l’Ellade.
Il feudo di Castrignano nel medioevo appartenne alla contea di Lecce, sin da quando  il normanno
Tandredi (conte di Leccee poi re di Sicilia) nel 1190 lo donò a Pietro Indrimi,  suo valoroso condottiero.
Tra i feudatari che si avvicendarono a Castrignano,ricordiamo Filippo Prato che lo acquistò da  Porzia
Tolomei e Alfonso Guevara, successivamente  terre e castello furono compratie rivenduti più volte.
Nel 1591 il capitano Mario Pagani da Oria, l’acquistò dal barone di Acaja, nel 1610. Ettore Bravda lo vendette a
Fabrizio Guarini e nel settembre  del 1646 Giuseppe Marchese principe di Montemarano e S. Vito  a
Gerolamo Maresgallo che eracreditore di Francesco Antonio Prato, ne furono proprietari poi, nel 1679
Raimondo Prototico di Otranto ed infine  la famiglia Gualtiericol titolo baronale fino ai provvedimenti
legislativi delle “Leggi eversive delle feudalità” (1806-1808) Nicola Gualtieri fece demolire la
parte superiore dell’antico torrione che “minacciava rovina” ed edificò un palazzo.
Castrignano dei Greci ha conservato il rito religioso greco fino al 1614, anno di morte di Don Menelao Pensa,
i cui successori furono tutti di rito latino. E’ interessante tuttavia notare che anche quando fu adottato
in maniera definitiva il ritodella Chiesa di Roma, la parrocchia locale, che era greca, fu retta per volere
del popolo da sacerdoti greci.
Sappiamo da fonti storiche, che durante la visita pastorale effettuata nel 1522 dall’arcivescovo di
Otranto F. Da Capua che nelpaese erano presenti numerose chiese oggi scomparse, tra di esse
ricordiamo quella di S. Maria dei Martiri, di S. Stefano,di S. Maria delle Pozzelle o delle Grazie
(con annessa necropoli), della Santissima Trinità e di S. Anastasia:
La conformazione morfologica del terreno e la presenza in antichità di piccole grotte e cavità naturali,
spiegherebberoil rinvenimento nei tempi  passati di numerosi frantoi ipogei (“trappiti” o “trappiteddhi”)
in Via S. Leonardo, Via. Boccaccio,Largo. S. Martino, Via Michelangelo ed altre aree del paese.
Castrignano dei Greci dal 2011 è gemellato con la città greca  di Argostoli  (isola di Cefalonia)
 
 

LE ANTICHE CHIESE DI CASTRIGNANO

Una preziosa testimonianza delle antiche chiese di Castrignano dei Greci, ci viene data dalla varie visite
pastorale, come quella che l’Arcivescovo F. Da Capua, effettuò nel 1522 nella Terra d’Otranto, in
precedenza vi erano state altre visite pastorali da parte del vescovo di Nardò Ludovico De Pennis 
nel 1452-60 Ludovico de Justinis nel 1485 e Gabriele Setario nel 1500-1. Purtroppo  sono scomparse
tracce di altre visite più antiche. Tuttavia, risulta che in passato erano presenti i seguenti luoghi di culto:
 
·      CHIESA MATRICE, era dedicata come lo è ancora alla Vergine Annunziata (s.v. 1538-40) sul finire
del 1500 fu sostituita con una nuova chiesa fabbricata ed eretta a spese dell’Università (nome con cui
nell’antichità venivano denominati i comune) di detta Terra nell’anno 1575 come rilevasi dalla data inscritta
sul frontone della porta maggiore e  sul vertice della porta del coro. Fu benedetta dall’arciprete Giordano
Contenuto con facoltà dell’arcivescovo Pietrantonio De Capua (A.D.C. cfr. Platea della Chiesa 1781).
Era questa una bella chiesa con cinque altari elegantemente scolpiti ed ornati  di artistiche immagini
(s.v. 1607-8) ma poi essa si rese insufficiente per il paese e perciò  il 3 settembre 1878 essendo sindaco
il Dr. Francesco Monosi e parroco Don Andrea De Mitri fu firmato il contratto per la costruzione dell’attuale
chiesa parrocchiale, di cui fu il progettista l’Ing. Federico Elmo da Lecce e costruttori  Nicola e Rocco Stomeo
da Castrignano. Si convenne anche il prezzo per l’abbattimento  dell’antica chiesa, il cui prospetto
misurava mt 12,10 di lunghezza e mt 14,80 d’altezza (cfr.A.P.C. incartamento costruzione nuova chiesa)
la vecchia pila di cui parla l’Arditi è scomparsa.
 
·      S. MARIA DELLE GRUTTELLE, piccola chiesa con annesso ospitale (s.v. 1538-40)  Nel 1607 era già
del tutto insufficiente e scoperchiata: La chiesetta denominata anche S. Maria della Candelora, o della
Visitazione e talvolta anche S. Maria de Hidria, aveva un affresco della Madonna con molti ex voto d’argento:
Da essa si scendeva con cinque gradini in una grotta con un piccolo altare, detta “Grotta di S. Onofrio” (ibidem)
Di questa chiesa alla fine del 1800 si potevano vedere le sole muraglie con ruderi e macerie (notiz.1874)
 
·      S. MARIA DEI MARTIRI. Era sita dentro l’abitato nel vicinato detto “Celso” et signanter dietro la
Chiesa Madre (cfr: A.D.O. Stato della Chiesa di Castrignano 1754) in essa era venerata una bellissima
icona della Madonna dei Martiri /s.V. 1607-8). Questa chiesa andò distrutta nei primi anni del 1800
 
·      S. STEFANO, sita  dentro l’abitato di questa Terra et signanter  vicino alla piazza della medesima
(Stato della Chiesa cit) aveva un solo altare con una venerata immagine di S. Stefano e della SS:Vergine.
Nei primi decenni del 1800 “temporum inuriam diruta inventa  est( s.v. 1834)
 
·      S. MARIA delle Puzzelle o Delle Grazie, chiesa grande con innumerevoli affreschi  e cimitero circostante
(s.v. 1607-8) sita sul confine dell’abitato vicina al luogo dei pozzi (stato della Chiesa cit) “olim a saeculis erecta,
diruta inventa est” (s.v. 1834)
 
·      SS. TRINITA’,  era una chiesa grande è bellissima perché interamente affrescata (s.V. 1607-8) situata sul
confine dell’abitato nel vicinato detto “la Trinità” (Stato della Chiesa cit) “tribus abhinc saeculis erexta, ruinam
minatur et in profanos usus nulla precedente facultate reducta est” (s.v. 1834)
 
·      S:ANASTASIA,  piccola cappella scomparsa in epoca imprecisata.




IL RITO  RELIGIOSO
 

     Molto probabilmente fu parroco di rito latino Don Menelao Pensa “ U.J.D. nominato per abitum 
Domini Jordani Contenuti ultimi archipresbiteri qui diem  suum clausis extremum extra Romanam
Curiam in dicto loco, in proxime praeterito mense octobris praentis anni 1590 (A.D.O. Bullarium 
1588-1593) E’da rilevare  che nel 1607 Don Menelao presentò  all’Arcivescovo De Morra la sua”Bolla”
di presbiterio del 1576, in qua asseritur non fuisse  ad ordinem presbiteratus promotus more graecorum
sed tantum “latine” et interrogatus an abtinuis  set dispensationem a SS.mo D.mo PP respondit non,
sed quia ipse numquam fuit uxoratus  de ordine Ill.mi Petri Antonii De Capua fuit promotus “latine” 
ad dictum Ordinem Presbiteratus non  obstante quod ad alias ordines more graecorum  ordinatus erat.
Deinde Praesentavit  Bullam  Archipresbiteratus Gregori Pape XVI sub data sexto kalendas februarii
1590 (s.v. 1607-8).  In questa sua bolla di nomina ad arciprete del 1590 si legge che  a Castrignano dei
Greci a volte il parroco era di rito greco ed a volte di rito latino, ma anche quando il parroco era di rito latino
la SS. Eucaristia  si conservava ed amministrava “more latinorum”.  Era però desiderio del popolo  che
la parrocchia che era greca, fosse  retta da sacerdoti greci (A.D.O. Bullarium  1588- 93) A Don Menelao
Pensa morto  nel dicembre 1614 successe il diacono D. Gregorio Palma che come tutti i suoi successori
fu di rito latino:

     
Cronotassi dei sacerdoti di Castrignano dei Greci dal 1590 ad oggi:
 
                                                                dal                                       al
 
-       Don Menelao Pensa                 1590                                  1614       
-       Don Gregorio Palma            01-11-1615                        19-02-1623
-       Don Carlo De Aprile            05-05-1623                         30-12-1650
-       Don Orazio De Aprile          01-03-1651                         21-09-1701
-       Don Antonio Aprile              22-09-1701                         03-05-1702
-       Don G.Leonardo Pensa    (sostituto cantore o economo curato)
-       Don A. Pietrantonio Ture    22-05-1702                         17-12-1702
-       Don Michele Corallo           17-12-1702                         19-11-1715
-       Don Menelao Pensa           19-11-1715                         16-07-1729
-       Don Luca Penteda              16-07-1729                          03-09-1760
-       Don Paolino Plenteda        19-09-1760                         19-02-1763
-       Don F. Antonio Meleti         12-03-1763                          16-08-1809
-       Don Vincenzo Za                 25-08-1809                          07-01-1860
-       Don Andrea De Mitri           15-01-1860                          13-06-1891
-       Don Antonio Greco              13-06-1891                           29-04-1928
-       Don Donato Greco               29-04-1928                          18-06-1933
-       Don Mauro Cassoni            19-06-1933                          18-11-1933
-       Don Giuseppe Stanca          19-11-1933                          15-09-1946
-       Don Gregorio Leganza        15-09-1946                          06-10-1984
-       Don Cesare Palma                                        circa 6 mesi
-       Don Gerardo Serra                   1985                                     1986
-       Don Silvio Coia                         1986                                 28-03-2002
-       Don Salvatore Farì               28-03-2002                                  






IL CASTELLO BARONALE

E’ risaputo  che i  Greci, dominatori di gran parte di Terra d’Otranto, per oltre mezzo secolo,
si avvalsero delle fortezze esistenti in loco per respingere le invasioni dei Longobardi e dei
Normanni, che durarono  senza sosta, dal VI secolo.
Nel volgere di tale lungo periodo non è improbabile  che intorno al 1000 l’antica fortezza di
Castrignano dei Greci  sia stata trasformata in un castello triturrito intorno al quale nacque il
villaggio, a cui i Greci dettero lingua,usi e costumi conformi ai loro. 
La presenza dei castelli un po’ dovunque sta nel fatto che le famiglie dei feudatari osservando
la legge germanica che non riconosceva “il maggiorascato” assegnava ai discendenti una
porzione di feudo. Ciò portò ad un frazionamento parcellare e alla costruzione di castelli,
di cui alcuni erano poco più di case coloniche.
Nel nostro castello, innalzato nella parte bassa del borgo antico, si convogliavano buona
parte delle acque piovane che, stagnando nel fossato che lo circondava, costituivano una
sua difesa naturale; esso doveva essere al centro dell’originario agglomerato urbano, di cui
non si conosce quanto fu vasta l’area.
Questo maniero, costruito “multas et artes”  dai “magistri fabricatores”  locali, divenne
l’abitazione dei feudatari, i quali lo consideravano l’elemento più importante di difesa  
preferendolo alle cinte urbane, in quanto  a costoro importava dominare piuttosto che
difendere i centri urbani.
In una pergamena di re Carlo  I d’Angiò ,il nostro castello è ricordato, assieme ad altri
castelli del Salento, come sito fortissimo di difesa per respingere attacchi nemici.
E’ provato che contribuì a respingere l’attacco dell’esercito del Papa Innocenzo IV che
voleva saccheggiarlo. Dalla lettura della citata pergamena si deduce, altresì, che il castello
aveva una sua autonomia con soldati, vettovaglie e leggi; disponeva di alcuni “inservientes”
(addetti ai lavori di manutenzione) e, quando occorrevano delle riparazioni, interveniva l’Università 
di Castrignano a concorrere alle spese.
Il castello è al centro di un fossato (presentemente interrato e in parte occupato da abitazioni)
su cui sopravanza il basamento dai “muri a scarpa”. Su questo basamento, cinto da un robusto
cordone in pietra leccese, prendono il loro elevarsi, a piombo, le facciate, di semplice linearità,
interrotte da finestre dai modesti fregi decorativi e sormontate da stemmi gentilizi e da qualche
piccolo putto a braccia aperte.
La  facciata di via Vittorio Emanuele è tutta in pietra leccese a file di blocchi squadrati e levigati
di altezza costante (un palmo), messi in opera a “faccia-vista”  senza intonaco esterno, come tutte
le facciate in pietra leccese, e si possono quindi agevolmente contare. In alto si nota un susseguirsi
di mensole che completano la facciata. Il tutto molto semplice e lineare  secondo le leggi
dell’architettura Salentina del Medioevo. Fanno spicco ai lati i gocciolatoi di semplice linearità.
Sul portone d’ingresso si impone l’arma gentilizia dei Gualtieri. Entrando si attraversa un piccolo
androne carrozzabile che immette in un cortile, dal quale si accede in diversi ambienti:  scuderie,
magazzini e nelle adiacenze trappeto e forno. In uno di questi ambienti c’è un passaggio murato
che – a quanto si dice – dovrebbe essere una galleria che porta all’abbazia di S. Onofrio. E’ certo
invece che c’erano nell’atrio due cisterne con puteali scolpiti in pietra leccese.
Nello stesso cortile sul lato sinistro esiste una scalinata molto antica che porta a una terrazza
scoperta chiusa da una balconata in pietra. Da questa si accede ad ampie stanze che non
mostrano nulla di lodevole.  Sul lato destro, pochi gradini portano a un vano sulla cui volta è
scolpito un falco: stemma dei baroni Gualtieri, da questo, parte una scalinata che porta al
piano nobile, al termine di questa scalinata fanno bella mostra due arcate seicentesche.
E’ stato accertato che i soffitti originari del primo piano erano a “imbrici” e successivamente
furono trasformati a volta.
In una delle stanze si nota una botola circolare: doveva essere il “trabucco” (trabocchetto)
dove venivano gettati  i malcapitati  “destinati a  miglior vita”.
Sull’ala destra dell’antica  costruzione quella cioè che guarda nel Largo Castello, un tempo
faceva bella vista un giardini pensile del quale ne è rimasta una piccola parte.
La facciata di Via Umberto I presenta una scala scoperta in pietra che porta ad un artistico balcone.
I balaustri della balconata poggiante su robusti mensolari sono di stile rinascimentale, piuttosto tozzi.
Nell’angolo di Nord-Est della stessa facciata  si notano i ruderi di una garitta (ce ne doveva essere
più d’una) per riparo delle sentinelle, o come ricovero dei manovratori delle attrezzature del castello.
Dalla sua posizione è facile dedurre che il castello ebbe la duplice funzione di fortezza e di dimora
feudale; infatti si distingue  una zona destinata alla residenza vera e propria del feudatario e alle
cerimonialità e una parte destinata ai servi e ai soldati che comprendeva anche depositi di armi,
attrezzi agricoli e viveri; e inoltre stalle per cavalli e vari ricoveri per gli animali e vettovagliamento. 
Il feudo di Castrignano nel Medioevo appartenne alla Contea di Lecce sin da quando il normanno
Tancredi, conte di  Lecce, lo donò a Pietro Indrimi, suo valoroso condottiero.
Attorno al 1347, allorché la contea di Soleto  venne occupata da Raimondello Orsini del Balzo,
il castello di Castrignano con gli altri castelli svolsero una azione di strenua difesa nella lotta contro
l’infeudamento, anche se ciò  non valse a scampare il villaggio dal divampare  di guerra e di devastazioni.
Il “nostro” castello appartenne a diverse casate feudali. Tra i feudatari più noti, Filippo Prato che lo
acquistò da Porzia Tolomei e Alfonso Guevara. Successivamente, terre e castello furono comprati e
rivenduti da Amministratori,  Intendenti e Luogotenenti dei Gualtieri. Nel 1591 il capitano Mario Pagani
da Oria  l’acquisto’ dal barone di Acaja. Nel 1610 Ettore  Bravda lo vendette a Fabrizio Guarini e nel
settembre del 1646  Giuseppe  Marchese, Principe di Montemarano e S. Vito, a Gerolamo Maresgallo
che era creditore di Francesco Antonio Prato. Ne furono proprietari, poi, nel 1679 Raimondo Prototico
di  Otranto ed infine la famiglia Gualtieri col titolo baronale.
Nicola Gualtieri fece demolire la parte superiore dell’antico torrione che “minacciava rovina” ed
edificò un palazzo.
Durante il sistema feudale grande fu l’avvilimento e la prostrazione della nostra gente per la
malvagità e la crudeltà dei feudatari e le tristi condizioni economiche. Documenti attendibili sull’argomento
sono le relazioni dell’economista Giuseppe Maria Galanti, il quale, verso la fine del ‘700 e più
propriamente il 24 aprile 1791, in veste ufficiale di “Visitatore generale, redisse , per resoconto sulla
Terra D’Otranto, una relazione al Re Ferdinando IV. Tra l’altro, evidenziava, i diritti feudali di questa
provincia che “erano infiniti” e variavano da feudo a feudo..
Giuseppe Lisi in un suo pregevole studio d economia salentina del 1700 illustrava i molteplici diritti
feudali che i baroni avevano sulle proprie popolazioni che così sintetizzò:
 
-       Diritti della Giurisdizione, per cui ai sudditi del barone toccava versare una somma di denaro
per l’esercizio della “bagliva” (diritti di giustizia), per casa un  fuoco secondo la qualità e facoltà della
persona, di che si formava un libro su ciò che fruttavano le rendite di ognuno.
Tutti i vassalli e gli abitanti erano tenuti a far la guardia di giorno e d notte al castello secondo il comando
dei suoi agenti
 
-        Diritto del “connatico” in virtù del quale “la maritata pagava una tassa annuale per l’uso del suo corpo,
la vedova pagava meno per non aver fatto uso”
E ancora: esaminando la raccolta di tutte le decisioni emesse dalla Commissione feudale ho trovato che
in tre  Comuni di Terra d’Otranto, cioè Matino, Parabita, Salice si esigeva ancora-  ma fortunatamente non
più in natura, ma commutata in una prestazione di denaro il cui ammontare variava da Comune a
Comune e che non aveva alcun altra giustificazione se non quella dell’abuso
-       lo jus cunnatici o cunnandi –che celava l’antichissimo e tristemente famoso “jus primae noctis” 
indicandosi con tale espressione il preteso diritto dei signori feudali di cogliere le primizie delle spose
dei vassalli, o dipendenti nella notte nuziale.
 
-       diritti detti di erbatica delle pecore e delle capre, per cui i baroni riscuotevano annualmente un’agnella
ed il cacio e ricotta  di un giorno
 
-       Diritti detti di carnatica per cui si esigeva una parcella per ogni parto di scrofa
 
-       Le decime  cioè la decima parte del “frutto”  e di tutto ciò che si coltivava e nasceva dalla terra.
 
-       Il pagamento di una tassa da ogni paio di buoi per i lavori dei campi e per il trasporto dei prodotti
 
-       Successione dei beni al feudatario senza discendenti legittimi, o naturali
 
-       Un tomolo di grano ed altrettanto di orzo di ogni famiglia
   ***   In Terra d’Otranto, come in tutto Il regno di Napoli, la feudalità fu abolita  dai francesi nel 1806,
i quali emanarono la cosiddetta “Legge eversiva della feudalità”  che dichiarò “estinte tutte le prestazioni
personali sotto qualunque nome venissero appellate, che i possessori di feudi per qualsivoglia titolo
solevano discutere”  
Un’apposita ”commissione feudale” lavorò alacremente fino al 1810, per appianare le controversie
insorgenti tra  Comuni ed ex baroni, in ordine all’interpretazione ed all’applicazione della legge eversiva.
 
 
(Le notizie sul castello –sopra riportate -  di Castrignano sono tratte da libro” Castrignano dei Greci”
di Angiolino Cotardo –TorGraf galatina 1993)
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°  Miscellanea °°°°°
L’omicidio del barone Maresgallo a Castrignano dei Greci (14 gennaio 1657)
…. anni fa, durante una serie d’interviste per un progetto inerente la Grecìa Salentina effettuato dal nostro
ufficio Informagiovani, una donna anziana di Castrignano, fece riferimento ad un barone del luogo,
che in un epoca imprecisata, sarebbe stato ucciso da alcuni paesani, per motivi probabilmente connessi
allo “jus primae noctis” (“diritto della prima notte”).                                  
Dopo alcune infruttuose, ulteriori ricerche di testimonianze di persone anziane che potessero eventualmente
confermare quanto sopra, questa storia fini nel dimenticatoio fino a quando dopo molti anni, in maniera
casuale, durante una ricerca presso l’Archivio di Stato di Lecce  è stato possibile visionare un documento
dal quale risultava che …
“….doveva essere versata una polizza di 1000 ducati d’oro alla Sig.ra Anna Maresgallo nipote di Innico
(o Indico) barone di Castrignano, Arnesano e  Maglie  ucciso dai castrignanesi Domenico Fiore alias Muzzo,
Antonio Sciurti alias Melanca, Onofrio di Ascule alias Papava et Alessio Zumbo i quali dovevano versare
ciascuno la somma di 250 ducati d’oro e dovevano essere giudicati dalla Regia Udienza di Lecce per lo”
delitto et morte del q.m. Innico Marsegallo”
Probabilmente la vera ragione dell’uccisone a Castrignano dei Greci, del barone Innico (o Indico)
Maresgallo fu la rapacità fiscale  che affamava all’epoca la gente. 


Tratto da  “ Le successioni feudali in Terra d’Otranto”  di Lugi Antonio Montefusco     
( 1994 Lecce:Istituto araldico salentino “Amilcare Foscarini”)

….. Raimondo Prototico, però vendette Castrignano dei Greci a Domenico Antonio Gualtieri,
il quale da Annuccia di Antonio Paladini ebbe due figli: Massenzio e Nicola, l’ultimo dei quali gli
succedette e sposò nel 1719 Giovanna Basurto (n.08.02.1698), da cui nacquero: Anna, che sposò
Oronzo dell’Antoglietta, Luigi, Giacomo, Giuseppe, Massenzio che fu cavaliere gerosolimitano di 
Malta, Donato, Francesco.
Alla morte di Nicola succedette Giacomo che sposò Nicoletta Marziale, da cui nacquero Francesca
(1737 -03/05/1827), Nicola, Luigia (+ 28/03/1834) che sposò Federico Bozicorso.
Alla morte di Giacomo, avvenuta nel 1784, succedette Nicola nato nel 1756, che fu l’ultimo utile signore
di Castrignano dei Greci. Egli sposò Caterina Piccolomini, da cui nacquero: Luigi nel 1773, che gli
premorì il 03.12.1815 e sposò Camilla Marrese (1774-28/08/1866, ) Donato, Massenzio che fu cavaliere
gerosolimitano di Malta, Giuseppe, Francesco, Nicola che morì 08-01-1816
Da Luigi e  Camilla nacquero Giacomo (1796-20/01/1866) che sposò in prime nozze nel 1831 Francesca
Morisco (nata nel 1737 e morta nel 1818) e poi M. Aurelia Morelli dalle quali ebbe figli.













“PAESE NATIO”      di Leonardo Mascello
 
Paese natio, Castrignano,
antico castello dei  Greci,
fortezza e nido di rapaci
baroni tremendi e crudeli;
falchi guatanti dall’alta
rupe le prede nel piano;
Castrignano, patria fuggita,
per tempo, io mai non ti dissi
ancora l’arcana dolcezza
dei tuoi campi sereni e ridenti!
Le vaghe armonie de’ tuoi campi
verdi di biade e trifoglio;
e i fremiti e i frulli del vento
rombante tra i folti uliveti;
e la gentile dolcezza
dei piccoli canti di uccelli;
de’ brevi squittii deliziosi
e limpidi gridi di cincie;
e l’orgoglio flautato,
argenteo delle calandre
e l’incanto de gli ampi silenzi!
 
Paese natio, questa gioia
lontana mi preme com’incubo
il cuore di pungenti voglie.
O campagna verde e deserta,
solitudine vaga e divina,
quante volte m’avete
cullato lo spirito stanco!
Sentivo nell’anima fremere
impeti indomiti e strani!
La vita oscura, le cure,
le necessità spaventose
e indeprecabili e ‘l tristo,
feroce egoismo degli uomini,
l’odio e la guerra de simili,
tutto obliavo, felice
de tuoi fiati odorosi, de’ tuoi
canti, muggiti di buoi,
soffi,mormori, schianti,
fruscii, o campagna lontana;
e profumi di fieno e di menta,
di timo e di mandorli in fiore.
 
A volte uno strano spavento
Improvviso, nell’erma e silente
Pianura, stringevami il cuore,
come uno smarrimento
vertiginoso; un lontano
ricordo di vita vissuta
nelle solitudini prime;
un ritorno alla vita selvaggia,
alle fonti del mistero,
alla non esistenza primeva!
Nell’ampio silenzio di là,
perduto in un  tonfo perenne
e sordo, sentivo rombare
un’ eco  dell’eternità!
E allora affrettavo l’andare
Da dove si affaccia il mistero
Per dove s’apre l’abisso.
Tornavo tra gli uomini vili,
dagli ampi silenzi di un mondo
lontano e fascinatore,
con strani sussulti nel cuore.
 
Paese natio, luoghi puri,
visti con occhi più puri;
paese natio, luoghi santi
e pii dell’infanzia, ove tanti
pensieri soavi e speranze
dolci e preghiere s’effusero
come mistici fiocchi d’incenso!
Paese natio, dove i primi
s’aprirono sogni del cuore;
piccola chiesa brillante
di lumi e di marmi lucenti;
prete buono e sereno; madonne
dolci con bimbi soavi;
organo grave e gioioso,
nubi d’incenso odoroso
salienti verso l’altare,
come un mistico sogno di pace;
o aurora della mia vita;
o tempi, o  luoghi, o piccolo
me d’una volta, vi vedo
e vi piango perduti per sempre!
 
Mia madre che vivi lontano,
noi soli restiamo ancor vivi
del tempo che fu;
noi due e quei luoghi laggiù …
La grande casa di pietra
E l’orto col suo melagrano
Costellato di fiori di fiamma;
e il bianco alberello di prugne
a ridosso del muro muscoso;
l’antica pergola bassa,
tutto è scomparso o mutato.
Ed io ancor ricordo il tuo seno
bianco, che tu m’offerivi
e su cui posavo la testa,
già sazio di baci e di latte.
O mia madre, difesa e rifugio
All’ira tremenda del padre;
o santa creatura, per tante
da tuoi miti occhi cadute
pie lacrime amare, per quante sorsate
dal tuo seno bevvi;
per quanti urti ed angosce
infersi al tuo povero cuore,
sii benedetta  in eterno!
Di te gioia più pura
non vedo né miei dì passati;
tu sola riempivi il mio cuore
che il padre sovente atterriva.
Posso dire che di trenta
lunghi anni di vita vissuta
te sola ricordi, o creatura
santa, o martire pura,
o vittima della  sventura!
E oggi più bella mi appari,
o dolente, in un nimbo sereno           
di rassegnata doglianza.
O madre, mia sola speranza,
preghiamo, o madre, il Signore;
preghiamolo, o madre, per me.
O madre, il tuo lungo dolore,
o madre, la tua viva fè,
offriamo  a Dio padre per me!
___________________________________

L. MASCELLO

Leonardo Mascello, poeta e sacerdote , nacque a Castrignano dei Greci nel 1877 e morì ad Olinda
in Brasile dove insegnò linguae letteratura italiana. La lirica “Paese natio…” è contenuta nel suo libro
di poesie “foglie al vento” pubblicato ad Olinda nel 1910.

 
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IL TUMULTO ELETTORALE DEL 1914  A  CASTRIGNANO DEI GRECI
 
Nel 1914 a Castrignano dei Greci scoppiò un grave tumulto dovuto a violenze elettorali.
Questi i fatti desunti da una pubblicazione  del tempo” La votazione per il Consigliere Provinciale
del 21 giugno 1914 nel mandamento di Martano (comprendente i Comuni di Martano e
Castrignano dei Greci) ebbe il seguente risultato:
Elettori del Mandamento  N. 3.777 Votanti N. 2.761
Corina Tommaso N.1470 voti
Comi Angelo N. 1.291 voti
(elettori di Castrignano dei Greci  = .557).
Venne eletto consigliere provinciale il Sig. Corina  Tommaso di Martano avendo ottenuto 179 voti più
del Sig. Comi Angelo di Corigliano d’Otranto. Contro la proclamazione del Sig. Corina furono presentate
proteste per violazione di leggi nelle sezioni elettorali. Si decise di procedere ad una inchiesta e fu nominato
un comitato inquirente per far luce sulla vicenda. Questo ascoltò ben sessanta testimoni scelti tra coloro
che vennero indicati dagli opposti partiti e parecchi, nominati d’ufficio.
A  Castrignano dei Greci le votazioni erano state precedute da tristi e paurosi eventi: la lotta si era svolta tra
due fazioni locali capeggiate dalle due famiglie più in vista del paese che sostenevano rispettivamente i due
candidati in lotta. Per fronteggiare la situazione furono mandati dal capoluogo alcuni funzionari di P.S. che a
malapena riuscirono a calmare gli animi poiché la gente diffidava delle autorità che vedeva per la prima volta.
Le violenze si prolungavano sino a notte inoltrata da parte degli agitatori, i quali giravano per il paese armati
di grossi e nodosi bastoni.
“Sul posto erano stati dislocati quaranta uomini di truppa: venticinque soldati e quindici carabinieri: forza questa
– fu detto – capace di garantire l’ordine pubblico a condizione però che si fosse fatto l’uso delle armi.”
Un Maresciallo dei RR.CC. appena giunto a Castrignano dei Greci fu costretto ad intervenire con la forza per
far disperdere una moltitudine che minacciava di assalire l’abitazione del  capo avversario; e quando quella folla
fu dispersa, dové correre verso gli alloggi dei carabinieri, dove erano rimasti soltanto due  militi, perché altra folla
voleva impossessarsi dei moschetti. La  sera del sabato, precedente le votazioni, ci fu un violentissimo comizio
di chiusura che minacciò una vera e propria rissa, repressa in tempo.
Il giorno delle votazioni, carabinieri e soldati furono costantemente presenti in aula. In un primo tempo le
operazioni procedettero con calma (sino alle ore 11),  tranne un lieve incidente avvenuto verso le 9 tra i
due capi dellefazioni locali.
Uno di essi “ ebbe a lanciare delle schede in faccia all’altro, ma il fatto  non ebbe conseguenze per il
pronto intervento del Maresciallo dei Carabinieri.
Sennonché alle 11 nacque un tafferuglio e , mentre questo accadeva proprio vicino all’ingresso della sala
elettorale,da alcune terrazze prospicienti la piazza, e precisamente dalla terrazza dell’orologio, di proprietà
comunale, venivano lanciati grossi sassi contemporaneamente ( -)  in direzione del portone del seggio
elettorale tanto che alcuni elettori che erano rimasti nella sala, lo chiusero, per precauzione, lasciando
socchiusa la portella.
Ad aumentare il panico e ad aggravare lo spavento che invase la folla, contribuì la fortuita esplosione del
moschetto di un carabiniere che, in quel momento di acuta sensibilità, tutti ritennero l’esplosione
di una bomba. ( - )
E fu fortuna che quel colpo esplodesse, ( - ) perché così la folla si sbandò ed il tumulto, durato una
quindicina di minuti, non ebbe più gravi conseguenze.
( - ) Tutti ( - ) scapparono con grida di terrore, le donne spaventate ( - ) cercavano di indurre i rispettivi
parenti ad allontanarsi dalla sala elettorale”.
Quindi le elezioni, furono “la somma di tutto  un sistema inscenato di minacce, di soprusi, 
di vie di fatto da parte di quel partito, che rimasto soccombente nelle precedenti elezioni politiche,
aveva la coscienza di  non rappresentare la maggioranza del corpo elettorale, ma che ad ogni modo,
voleva una rivincita con tutti i mezzi: dalla mancata distribuzione dei certificati elettorali,
(onde fu necessario l’invio di un Commissario prefettizio) sino al tumultuoso impedimento del libero
esercizio del voto”.
Il neoeletto, dott. Corina,  cercò di minimizzare gli avvenimenti sostenendo: “ che la libertà del
voto non era stata per nulla violenta da quei fatti medesimi; che la sassaiola era durata poco e
non aveva colpito alcuno: invece era stato detto, che era stata abbastanza grave e che una pietra,
per esempio, aveva sfiorato il capo di un sottoufficiale dei carabinieri ed altre avevano colpito il
portone della sala elettorale, per cui era stato chiuso; che ciò inoltre, era stato determinato in
conseguenza alle provocazioni dei suoi avversari che, nei giorni precedenti le votazioni, avevano
assoldato la malavita di Galatina.”
Per quanto riguarda la malavita di Galatina, fu provato che “ sera di sabato furono effettivamente
notati nei pressi di Castrignano dei Greci degli individui sospetti, ed infatti i Carabinieri andarono
a scovare nella masseria “Scineo” di proprietà del Sig. Mongiò una ventina di galatinesi, i quali
evidentemente erano stati chiamati dai sostenitori del candidato A. Comi, per opporre una certa
resistenza agli eccessi degli avversari.
Se non che  tutti quei galatinesi se ne andarono la stessa notte del sabato, ed uno di essi, certo
il più animoso, che la sera aveva avuto l’imprudente idea di entrare in Castrignano, fu solennemente
percosso dai seguaci della fazione contraria.
Gli inquirenti accertarono, infine, che gli autori della sassaiola erano alcuni dei sostenitori del Corina,
i quali attraverso la terrazza di un loro partigiano, erano passati sull’altra dell’orologio.”
Dinanzi alle irregolarità elettorali compiutesi nelle due sezioni di Martano ed agli impressionanti fatti
di violenza perpetrati in Castrignano dei Greci, e ciò unicamente per ossequio alla legge, “per la
purezza del costume elettorale, e più che altro per quella educazione  politica che tanto più deve
auspicarsi, quanto più si estenda il diritto di voto”, il Presidente del Comitato Inquirente 
Avv. P.  Castellano, i Commissari Avv. G. Garzia e Avv. A. De Gennaro, relatore,
proposero che nelle dette tre sezioni si dovesse ripetere l’esperimento della votazione.
 
 

LA CRIPTA BIZANTINA DI  S. ONOFRIO  in origine fu probabilmente una piccola grotta naturale.
Successivamente, forse verso il VI secolo (anche se non si hanno prove certe di questa datazione),
fu ampliata e trasformata in luogo di culto dai calogeri Basiliani (dal greco “kαλόγερος”, monaco, religioso).
E’ indubbio che essa passò al rito latino solo in un secondo tempo, mentre inizialmente era adibita a
funzioni religiose che venivano officiate secondo il rito greco bizantino, del resto molto diffuso e radicato 
nelle nostre contrade per tutto il ‘400. Ciò, oltre ad essere asserito  da insigni studiosi di materie storiche
e filologiche, quali il Prof. Salvatore Sicuro,  è anche  comprovato  dalla visita pastorale dell’Arcivescovo di
Otranto  Lucio De Morra (1606 – 1623), da cui si rileva l’esistenza di ecclesiastici greci in 13 paesi della
diocesi di Otranto. In particolare a Castrignano dei Greci il rito greco tramontò  dopo il 1606.  Tra i preti
greci  ordinati “more graecorum” vi erano: Desacola Sabati, Drangus Martino, De Elia Costa, Galasso Angelo,
Palma Gregorio, Petrelli Marco, De S. Nicola Antonio, Saraceno Pompeo, Villanoj Joannes.  Al momento,
le prime testimonianze storiche di questo luogo di culto sono costituite dal resoconto della visita pastorale
che l’Arcivescovo F. Da Capua effettuò  nel 1522, in cui si narra di S. Maria delle Gruttelle, una piccola chiesa
con annesso ospitale che sovrastava una cripta. Da tale testimonianza scritta risulta  che..  “…nella Chiesa di
S. Maria delle Gruttelle, si trova ad essere cappellano in essa l’abate Bernardino di Alessandro, fu stabilito che
gli si dia mandato che nell’arco di un mese faccia le porte della stessa chiesa e che debba celebrare la messa
giusto l’ordine prescritto e esibire l’inventario dei beni della stessa chiesa entro un mese, pena cento libbre di
cera, essa ha i sottoscritti beni ….”
    La chiesetta,  denominata anche S. Maria della Candelora o della
Visitazionee talvolta anche S. Maria de Hidria, custodiva un affresco della Vergine arricchito da molti ex
voto d’argento: daessa, scendendo cinque gradini, si accedeva in una grotta con un piccolo altare, detta
“Grotta di S. Onofrio”.  
Nel 1607  la chiesetta sovrastante la Cripta  era già del tutto insufficiente e scoperchiata mentre alla fine del
1800 si potevano vedere le sole muraglie con ruderi e macerie, tanto che. Giacomo Arditi nella suo libro
“La corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto” del 1879 riporta che “..sonvi di più la Congrega
dell’Immacolata ed altre chiese urbane e suburbane e tra le quali quella di S. Onofrio dove osservasi
sull’architraveun’antica iscrizione greca, poco o nulla leggibile.”
  Anche Cosimo De Giorgi nella sua preziosa
opera“ La Provincia di Lecce – Bozzettidi viaggio.” ( Editore Giuseppe Spacciante, Lecce, 1882, - ristampato da
Congedo Editore, Galatina, 1975) scrive del cattivo stato di questo antico luogo di culto: “Dell’antico ellenismo
nulla più rimane, perché anche la Chiesa suburbana di S. Onofrio, mezzo crollata e minacciante rovina per
incuria degli abitanti, fu rasa al suolo dalle fondamenta, sotterrando anche i freschi che coprivano le pareti
della cripta sottostante fino a pochi anni addietro, con colonnette ottagone e fortunatamente conservo una
copia dell’iscrizione greca incisa sull’architrave della porta d’ingresso”
  La Cripta bizantina di S. Onofrio con
la sovrastante chiesetta era parte integrante di un cenobio, come testimonierebbe anche la presenza in passato
di un complesso di costruzioni probabilmente del XVI  secolo, tra le quali era distinguibile “ l’abbazia di
Santa Candelora della Giovanella e Sant’Onofrio” con annesso pozzo (poi interrato).  Questa casa religiosa di
monaci Basiliani possedeva “orto e casa di marchese da Mauri lascito di Lionardo Stefanachi di Corlianò”. 
Alla cripta bizantina di S. Onofrio si accede da due scale laterali convergenti in un unico grande ambiente
riservato alle funzioni religiose con i fedeli, nel quale sono presenti 18 colonne”binate” (di cui solo una integra),
un altare scolpito nel morbido calcare ed una nicchia con residue tracce di un affresco, un tempo raffigurante

molto probabilmente la Vergine con il Bambino Gesù. Da due porte poste ai lati dell’altare si passa ad un
ambiente più piccolo riservato all’officiante; sul tetto è presente un foro, costituente forse un antico ingresso. 
Lateralmente vi è una pila dell’acqua santa, sulla quale vi sono incise delle lettere di difficile decifrazione,
forse  IBYZ (secondo alcuni studiosi…iota, beta, gamma e zeta indicanti l’ anno 1237, data  di una probabile
ristrutturazione), una data diversa in numeri arabi secondo altri. Su una parete laterale, fino a pochi lustri addietro, 
erano ravvisabili le tracce di un affresco raffigurante un santo con una tunica (quindi presumibilmente non
S. Onofrio, che notoriamente viene raffigurato come un eremita quasi completamente nudo).
 
Alla fine del 1800 la chiesetta che sormontava la cripta, ormai senza tetto, pericolante e in totale stato d’incuria
fu abbattuta e il materiale di risulta andò a ricoprire la cripta sottostante, lasciando in tal modo solo un ampio
spazio vuoto, probabilmente usato anche come discarica a cielo aperto.  Le cronache popolari dei primi anni
del ‘900, narrano di uno spiazzo in terra battuta in Largo S. Onofrio dove giocavano i bambini e dove alcune
personedel luogo intessevano dei giunchi per gli usi più disparati (rudimentali funi, ceste etc.). Vi è altresì 
memoria in dettoluogo di una colonna o menhir (poi abbattuta ) sovrastata da una statua di S. Onofrio, che
si dice  avesse poteritaumaturgici per la guarigione dei cavalli, a cui si faceva fare il giro intorno ad essa.  
Fu solo il 25 agosto 1965, grazie all’opera del Prof. Angiolino Cotardo (uno dei più noti ed apprezzati studiosi
della Grecìa Salentina, nonchésindaco di Castrignano dei Greci) e dell’Amministrazione Comunale, che
iniziarono i lavori per riportare alla luce iresti della Cripta di S. Onofrio, nelle cui adiacenze furono anche rivenuti
degli scheletri umani, oltre a numerosi piccolisilos ipoegei  (probabilmente usati non solo per la  raccolta delle
granaglie) cui delle lastre di pietra leccese di formacircolare fungevano da coperchio.  In merito agli scavi del
1965, tesi a restituire alla comunità la Cripta di S. Onofrio, riteniamo doveroso riportare uno stralcio di quanto
scritto  all’epoca ed in prima persona dal Prof. Angiolino Cotardo.
 
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“ Era una necessità tradurre in realtà quanto si tramandava da padre in figlio e nello stesso tempo rompere il
silenziotenuto sino ad oggi su un edificio sacro affrescato in Castrignano dei Greci: la cripta bizantina di
Sant'Onofrio. Detta criptafu interrata molti anni fa perché stava diventando un deposito di rifiuti. Valeva la pena
praticare gli opportuni scavi perprendere cognizione - de visu -  . Informai il Consiglio Comunale dell'esistenza
della cripta e nello stesso tempo resipubblica la notizia, interessando la stampa regionale e provinciale
( « Gazzetta del Mezzogiorno » - « Il Popolo del Salento »),oltre che la Soprintendenza ai Monumenti e alle
Gallerie di Bari (che per due volte fino ad ora ha inviato sul postol'Architetto Giovanni Mongiello), S. E. il Prefetto
di Lecce, il Presidente dell'Amministrazione Provinciale, il Presidente dell'E.P.T. di Lecce, i Parlamentari.

A tutti coloro, a nome dell'Amministrazione Comunale, rivolgo un caloroso ringraziamento per l'aiuto morale e
materiale offertoci.
L'Amministrazione Comunale, sensibile alle fortune della cittadina, trattandosi di un monumento di importanza
storica ed artistica, mi dava incarico di iniziare i lavori di scavo per portare alla luce la cripta di Sant'Onofrio,
per il fatto che la sua scoperta non significava solo voler avvalorare un'opera dell'alto Medio- Evo, ma
principalmente di segnalare un nuovo campo di indagine della nostra vita regionale e nazionale.
Furono ore di ansia e trepidazione fino a che non si scoprì la cripta. Al termine della prima fase dei lavori,
si può fare un primo consuntivo dei risultati conseguiti, risultati che possono dirsi lusinghieri.”

 
Descrizione della Cripta
 
“ Diciamo innanzitutto che il Largo Sant'Onofrio, situato nella parte sud di Castrignano dei Greci, è tutta una zona
archeologica. A memoria di uomo, al centro era situato un menhir, con sopra la statua in pietra del predetto Santo.
Dai primi saggi effettuati per individuare il luogo esatto della cripta sono state rinvenute qua e là tombe basiliane
con resti di scheletri umani. Nella stessa zona sono disseminati granai, i così detti « granili » come li chiamano in
gergo locale a forma di botte, e alcune buche profonde, simili a pozzi. Di questi ultimi tratteremo nel corso della
nostra relazione. Ma veniamo agli scavi. All'esterno sono state scoperte due ampie gradinate di fattura moderna,
restaurate verso il 1600-1700, in ottimo stato di conservazione, le quali separano due ambienti della cripta, scavata
nella roccia. Dalle gradinate si scende ad una profondità di buoni quattro metri. A questo livello si trovano i due
ingressi della cripta medesima, formata per il momento, da tre ambienti. A quello di sinistra, la volta è pianeggiante,
sorretta da 11 colonne scannellate a metà, di cui 6 binate; i capitelli e le basi sono di tipo prettamente medievale.
A quello di destra, tra gli altri affreschi, coperti dal pennello dell'imbianchino, spicca quello di una Madonna ed ai
suoi piedi un altare. Tutt'intorno altre colonne, che volta per volta vengono portate alla luce dopo i lavori di
sterramento.
Attraverso due portali, situati nelle parti laterali, si accede al terzo ambiente, nel cui ingresso si nota una nicchia
scavata originariamente nella roccia e poi trasformata in pila per acqua santa, decorata e con la scritta in
lettere greche IBYZ(1237).
Anche di questa scritta parleremo in seguito. In uno di questi tre ambienti dovrà trovarsi una apertura, che per
il momento è interrata e secondo quanto si dice, dovrebbe essere una strada segreta, la cui diramazione
arriverebbe fino al palazzo baronale del XVI secolo dei baroni Gualtieri ed ora di proprietà del Sig. Mangia
Giuseppe.
Probabilmente si trattava di un passaggio privato, che collegava direttamente la cripta col palazzo baronale
e starebbe a significare come i signori feudali del tempo vollero prendere sotto le loro cure la cripta per
custodirne i tesori d'arte.
A mano a mano che si è andati avanti nei lavori di scavo, sono venute alla luce: sezioni di colonne, fregi,
lastre dipietra con graffiti e scritti. Dagli elementi vagliati e studiati, con la collaborazione e l'opera fattiva
dell'architetto Mongiello,di alcuni professori greci, di cultori e studiosi italiani, del dr. Bernardini del Museo
Provinciale di Lecce, ci si è trovati d'accordo a far risalire la cripta di Sant'Onofrio al VI secolo. Alla fine,
vagliati bene i ritrovamenti, integrati da altri datisui rinvenimenti, si potranno ottenere risultati tali da poter
fare piena luce su una vera meraviglia archeologica e sualcuni periodi molto importanti della storia
salentina e nazionale.”

 
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S. ONOFRIO  al cui culto è dedicata la Cripta bizantina di Castrignano dei Greci fu un santo eremita 
vissuto nel V secolonella Tebaide (regione dell’antico Egitto con capitale Tebe)  il quale,  dopo aver
trascorso qualche tempo in un monastero
(probabilmente ad Ermopolis) in compagnia di altri religiosi, decise di dedicarsi completamente alla
vita eremitica nel deserto, all’ascesi, alla contemplazione e alla preghiera, sull’esempio di S. Giovanni
Battista e del profeta Elia(….  “rapito al cielo su un carro di fuoco…”) . Le notizie relative a S. Onofrio
le dobbiamo soprattutto  alla testimonianza diretta  di Pafnuzio,  monaco in Egitto nel V secolo, il quale,
dopo un lungo e sfiancante  vagare nel deserto alla ricerca degli anacoreti, un giorno s’imbatté
misteriosamente in una vetusta figura umana, d’aspetto non molto gradevole che, a parte delle foglie
che formavano un rudimentale perizoma, aveva il corpo coperto esclusivamente da lunghi capelli e
da una lunga barba. Dopo un comprensibile attimo di smarrimento da parte di Pafnuzio, il vecchio si
presentò dicendo di chiamarsi Onofrio e narrò brevemente la sua vita e i circa 70  anni vissuti in
solitudine nel deserto, cibandosiinizialmente di ciò che vi trovava e vivendo nelle grotte e negli anfratti
rocciosi. Dopo l’incontro con un altro eremita,con il quale trascorse trenta giorni, Onofrio  
fu condotto ad una piccola oasi con un palmizio, ove si stabilì. 
Una leggenda narra che una volta al giorno egli ricevesse del cibo da parte di un angelo e di questo
evento miracoloso pare sia stato testimone lo stesso Pafnuzio, al quale Onofrio confidò di sapere del 
suo arrivo, poiché Dio stesso l’aveva inviato per dare cristiana sepoltura al suo vecchio  corpo, essendo
ormai giunto alla fine dei suoi giorni. 
Dopo una breve preghiera Onofrio morì e Pafnuzio ricopertolo  con parte della sua tunica lo seppellì in
un anfratto della caverna, la quale  poco dopo collassò su se stessa. Secondo Pafnuzio S. Onofrio morì
l’ undici giugno di un anno imprecisato, anche se nei sinassari bizantini viene comunemente
celebrato il 12 giugno.  Il culto di S. Onofrio (il cui nome deriva dal latino Onuphrius, tratto dal copto
Uenofre significa “che è buono” ) è diffuso sia  in Asia minore che in Egitto ed è venerato dai cristiani
ortodossi e copti.  S. Onofrio re eremita (compatrono di Palermo) forse non viene menzionato come uno
dei santi più “belli” di Santa Romana Chiesa, ma nei Paesi ove è celebrata la sua memoria é  ritenuto
dispensatore di grazie d’ogni genere; in particolare ci si rivolge a lui per ritrovare oggetti smarriti, per la
salute e il lavoro e, soprattutto, ricorrono a lui le donne in cerca di marito recitando apposite litanie.
 
 
DONAZIONI  ALLA  CRIPTA  DI  S. ONOFRIO  Il nostro concittadino Antonio Amato, durante una pubblica
cerimonia svoltasi il 10 luglio 2012, ha donato alla comunità di Castrignano dei Greci  la riproduzione
in pietra leccese dell’architrave riportante un’ epigrafe bizantina,  che un tempo sormontava la chiesetta
edificata sulla Cripta di S. Onofrio, così come riportato da Cosimo De Giorgi nella sua opera “ La Provincia
di Lecce –
Bozzettidi viaggio.” ( Editore Giuseppe Spacciante, Lecce, 1882, - ristampato da Congedo
Editore, Galatina, 1975).
L’epigrafe è stata così parzialmente decifrata:  “Antonio Galasso ispirato costruì questo monastero in
nome di Dio e del Salvatore….”.

Alla cerimonia di presentazione del pregevole manufatto, opera del maestro scalpellino Agim Mataj,
sono intervenuti (tra gli altri)  il Sindaco di Castrignano  dei Greci dott. Antonio Zacheo, il console di
Grecia Avv. Roberto Fusco, la Prof.ssa Isabella Bernardini d’Arnesano, il dott. Giovanni Giangreco
della Sovrintendenza Beni Culturali di Lecce, il parroco di Castrignano Don Salvatore Farì,
l’Archimandrita Arsenio vicario del Patriarca di Costantinopoli, padre Yorgo da Cipro, l’assessore alla
cultura Paolo Paticchio ed il Prof. Giuseppe Campa, noto studioso di storia locale.
In tale occasione l’opera, coperta da un drappo, è stata svelata  ai presenti dalla giovanissima
Francesca Alfieri. I presenti alla cerimonia hanno anche potuto vedere (per la prima volta) parte dei
resti ossei ritrovati nella adiacenze della Cripta di cui narra anche il Prof. Angiolino Cotardo, che hanno
travato ora decorosa sistemazione in una teca di vetro (opera del maestro vetraio Rocco Casaluci)
sistemata all’ interno di detto luogo di culto.  Tali resti, dopo un lungo periodo di oblio e conseguente
incuria, sono stati recuperati e traslati in loco grazie all’impegno dal nostro concittadino Antonio Amato
che, successivamente ha voluto altresì donare una copia dell’icona della “Madonna del dolce bacio
(Panaghia Glykofilousas), opera dell’iconografo greco Athanasios  Papagiannakopoulos.
L’ evento è stato ufficializzato con una cerimonia svoltasi il giorno 11 giugno 2013, alla quale sono
intervenuti il Sindaco dott. Antonio Zacheo, la Prof.ssa Isabella Bernardini d’Arnesano, il dott. Piero Maiorca
presidente dell’Ass. “Nuova Koinè”, il giornalista Fernando Durante, noto studioso della Grecìa Salentina,
il parroco di Castrignano Don Salvatore Farì e il sacerdote cattolico di rito bizantino Papàs Nik Pace,
parroco della Chiesa di S. Nicola di Mira in Lecce (Eparchia di Lungro).
Anche in questa occasione è stato un giovanissimo, Lorenzo Aprile, che ha sollevato il drappo posto a
custodia della preziosa icona, dando inizio così alla celebrazione dell’ evento. Entrambe le manifestazioni
testé menzionate sono state allietate dall’ esibizione della “Banda Direzione Sud-Est”, diretta dal 
Prof. Salvatore Cotardo.
 
 
 
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The origins of this picturesque small town of the Grecìa Salentina are uncertain and legendary.
Some assert that Castrignano dei Greci was founded by the noble Roman “Castrinus”, while
others think that its etymology comes from the Latin word “castrum” (encampment) or from the
Greek word “kastron” (castle) which would confirm the ancient and close bond with Greece. 
Castrignano kept the Graeco-Byzantine rites until the death of Don Menelao Pensa (1614), the
last Greek priest.
There were some notable little Byzantine churches, which have now disappeared, such as
St. Mary of the Martyrs’, St. Mary of the Grace’s with its necropolis, Holy Trinity and St. Anastasia.
In the Middle Ages the Norman king Tancredi donated Castrignano to Piero Indrimi; the Prato,
the Maresgallo and the Gualtieri families were its successive landowners.
In the centre of the town one can admire the Byzantine Crypt of St Onofrio (VIth century A.D.)
over which once stood a little church. Inside the church, there is a Greek inscription “׀βγΖ” which
is probably the date of its restoration in 1237.
The baronial castle, whose main entrance is surmounted by the noble Gualtieri’s coat of arms,
is mentioned in a Charles of Anjou parchment. Once it was fortified by a moat and a drawbridge.
The mother church, dedicated to the Virgin Mary, was built in 1878: inside there are nine valuable
paintings by Saverio Altamura, a painter from Foggia.
Of particular interest are the Churches of the Madonna d’Arcona (1731) and of the Blessed Virgin
(1650). In the Pozzelle (little wells) Park, there are about one hundred well-preserved wells, once
used for Castrignano dei Greci’s water supply.
A very popular female name at Castrignano is “Arcona”, whose etymology is still uncertain.
Famous sons include Onofrio da Castrignano, theologian and preacher, the philosopher Vittorio
Tarantini, the priest and poet Leonardo Mascello and Angelo Cotardo, a scholar of the
Greek-Salentine culture.

IL MIRACOLO DELLA MADONNA DELL’ARCONA
Gli anziani di Castrignano dei Greci narrano che, il giovedì dopo Pasqua del 1725, un paralitico di nome Donato Cosma, mentre si aggirava nella campagna denominata “Arcona” si fermò presso un cumulo di pietre per riposarsi dalle fatiche e dai dolori che gli procuravano i suoi gravi problemi di salute. Il povero uomo, Donato Cosma, mentre pregava la Madre celeste, spostò alcune pietre del posto in cui sedeva e scorse un’immagine della Madonna dalla quale udì una voce che gli diceva di correre in paese e riferire che in quel luogo doveva sorgere una chiesa dedicata a Lei.
Donato Cosma fece notare alla Madonna che lui era un paralitico e non poteva correre, ma proprio in quell’istante avvenne il miracolo della sua guarigione e fu così che il poveretto si recò in paese per raccontare ciò che gli era successo.
I Castrignanesi, vedendolo guarito non riuscivano a credere ai loro occhi, ma una volta recatisi presso il “fondo” denominato Arcona trovarono l’icona raffigurante l’immagine della Madonna.
Per ringraziare la benevolenza della Madonna in quello stesso luogo fu costruita una chiesa dedicata alla Madonna dell’Arcona dove, nel suo interno, sopra l’altare maggiore fu collocata la miracolosa icona trovata dal povero Donato Cosma.
Da allora, i Castrignanesi, ogni anno, il giovedì dopo Pasqua, celebrano la memoria di Maria di Arcona con una grande festa religiosa e civile.
La devozione alla Madonna di Arcona è talmente sentita nel paese, che in quasi tutte le famiglie di Castrignano, ancora oggi, c’è una figlia che porta con orgoglio il nome di Arcona in ricordo del miracoloso evento.
Madonna de l’Arcona
ci na campagna stai,
veni a casa mea
e rimediame sti guai,
se tie no poi venire
manda l’angilu a venire,
e se l’angilu non vene
vei tie madona mia
e famme stu bene.

“Eravi nel luogo dove sta situata la chiesa…(illeg.), scrive il notaio Felice APRILE nel catasto onciario dell’Università di Castrignano dei Greci datato 1700 e terminato di scrivere nel 1745, una immagine della B.V. della Grazia, che dicevasi dell’Arcona, dipinto entro un concavo di pietra, visitata da diversi di nostri , dicendo preci avanti la S. immagine; e nell’anno 1725 fratelli fedeli che accorrevano alla venerazione della Beata Vergine, vi furono molti che ne ricevevano grazie particolari, come fu il primo Donato COSMA, di questa Immagine che era stroppio e camminò libero. E accorsivi diversi accagionati di molti malori ne furono istantaneamente liberati, così di questa terra, come gli altri paesi della Provincia e fuori per molteplicità della Grazia e dei miracoli, che, degnatasi la Vergine sotto il titolo e l’immagine comparire ai suoi divoti, ne contribuirono delle molte limosine, colle quali si costrussero la chiesa, e si fondarono molti capitoli per celebrazioni di messe che si fanno dal reverendo capitolo di questa terra nella chiesa…” (Archivio di Stato di Lecce “Catasto Onciario dell’Università di Castrignano dei Greci”; cfr. Cotardo A.: “Castrignano dei Greci”, a cura dell.Amm.ne Com.le, Tor Graf. Galatina 1993, pagg.73-74).
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IL MIRACOLO DI ANTONIO DI PADOVA A CASTRIGNANO DEI GRECI
23 AGOSTO 1898
 
Le testimonianze popolari  i documenti concordemente dichiarano che Castrignano dei Greci fu salvato da un disastro, grazie all’intervento prodigioso di Antonio di Padova.
“Doi cude –mi raccontavano i nonni materni- venìane de Corianu; lu cielu scuru ‘n’abbissu; la gente vitte la morte vicina. Tutti scimme alla chiesa e ci raccumandàvame l’anima, la salvezza era sulu..nu miraculu. Sporchi de fatica, fìcime la processione cu le statue de sant’Antoni e de la madonna Arcona e scimme versu “lu Farì”. Comu ‘nci ‘nvicinàvame versu la via de Corianu, lu maletiempu se spostava versu Martanu e dopu nu picca ‘ssiu lu sule.
Tutti gridamme: Miraculu! Sant’Antoni ci salvau!”.

Il parroco dell’epoca don Antonio GRECO, testimone oculare, riporta in una memoria scritta e autografa del 10 agosto 1901, i cenni storici del “disastro dei tifoni”. Tale memoria è custodita nell’archivio parrocchiale.
“…verso le due pomeridiane del suaccennato giorno 23, alcuni individui si avvidero che da ponente, minacciosi si avvicinavano parecchi tifoni al nostro paese. A tal vista quei pochi a squarciagola si posero a gridare: pietà, misericordia!...
…Quando la processione, col Santo avanti, fu allo sbocco di una via che mena alla campagna, tre tifoni erano vicinissimi, che già stavano per entrare nel paese. A tal vista fermano di fronte ad essi la statua del Santo e la popolazione che la seguiva, prostrata al suolo, piangendo e sospirando gridava: pietà, misericordia! E’ mirabile a dirsi! Quei tifoni che minacciavano l’eccidio del paese, deviano verso tramontana e ad un tratto si dileguano lasciando in quei pressi un denso polverio” (8)
Da quel giorno, il popolo castrignanese stabilì che una seconda festa in onore di Antonio di Padova, oltre il 13 giugno, si celebrasse il 23 agosto.
Fonte bibliografica: Giuseppe Campa, “To damma tu t’Antonìu es Cascignana”.
Sant’Antonio giglio giocando
Nominato per tutto il mondo ;
chi lo tiene per suo avvocato
da Sant’Antonio sarà iutato.

Tridici grazie lu giurnu fa
famme una pe’ carità;
alli bisogni ca me vidi
Sant’Antoni meu cu me provvidi.